Les Folies -érotique-
   
 




Les Folies de... © LesFolies

© Anake
Cose Così [di latte]


Lo stile l'eleganza
la tua figura nella mia
un cielo di legno sopra
i tuoi baci in bocca.
Lo specchio piccolo
le mani piene di latte
ti vedo danzarmi
piegata ai piedi tremo
pioggia d'un cielo altro
fra cuscini d'oro
amata e stella

Manuela


Les Folies érotique

 





Les Folies de... © LesFolies

© princess06

Jack Mancuso
 
L’inganno
 
Completamente avvolta e stordita dalla musica allucinante della stanza, Jane vorrebbe vincere il suo disgusto per la lingua di Jack che le riempie la bocca come un serpente la tana. Vorrebbe gridare, ma la voce non le esce; cerca di respingerlo e alla fine riesce a staccarlo. Negli occhi di lui un'espressione di disappunto; un lampo di violenza gli accende lo sguardo solo per un istante, poi scompare. Si alza, poi esce e torna dopo un minuto con due calici di Champagne un po’ svanito. La guarda e con un sorriso indecifrabile le dice: - Non aver paura Jane, sarai la mia dea. Ti farò godere come mai hai goduto. Adesso spogliati!- Poi la prende per mano in una stretta d'acciaio e la porta nella camera spoglia e severa, dove un letto di pelle nera e una lampada a piantana in carta di riso sono gli unici arredi. Rimane colpita, quasi ipnotizzata, dal mosaico del pavimento in listelli di legno chiaro intrecciati in disegni metafisici; si accorge di fissarlo con insistenza, quasi il suo sguardo volesse sfuggire a qualcosa, quando la mano di Jake che le accarezza la schiena, percorrendola lentamente dall’alto verso il basso, con piccole pressioni delle dita, la fa trasalire. Un brivido di piacere la scuote e la riporta alla realtà: a lui e alla sua richiesta. Con un gesto morbido ma deciso della mano destra, sfila l’abito da sera con la lunga scollatura a V, allontanando le spalline e facendole scivolare lungo le braccia; poi lo lascia cadere, seguendolo con un gesto languido della mano. Sotto, tranne gli slip, è completamente nuda e la luce calda della lampada le disegna i seni rendendoli ancor più tesi ed eccitanti. Rimane in piedi accanto al letto senza niente addosso, mentre lo sguardo famelico di Jack sembra penetrarla. Si avvicina e con la lingua inizia a leccarle i capezzoli che s’induriscono eccitati. Un gemito sommesso, un leggero ansimare riempie la stanza. Poi la sua lingua ingorda le lecca le areole e i capezzoli, bagnandoli copiosamente di saliva. Jane è visibilmente eccitata. Lui le ordina di spogliarsi del tutto prima di distendersi sul letto. Poi esce dalla stanza per qualche secondo, e rientra reggendo in mano un vassoio di cristallo con piccole ampolle accese, piene di cera. Lo segue con lo sguardo mentre si avvicina a lei col vassoio e ammira le ampolle che disperdono piccoli coni di fumo che aleggiano tremuli sulle fiammelle accese. Avvicinandosi in silenzio al grande letto, le dispone agli angoli; quattro candele accese in ognuno. I vetri colorati proiettano ombre confuse sulla parete dove si appoggia il letto e contemporaneamente illuminano il corpo della donna, allungato e immobile a contatto delle lenzuola di seta color perla. - Come stai, Jane? - Non risponde. Un vago accenno di sorriso sulle labbra appena socchiuse maschera l’ansia che prova. - Vorrei che tu rimanessi così, immobile … e che provassi a gustare l’estasi che ti offrirò! Sarà legata alle mani che ti esploreranno nel profondo della tua intimità. Dovrai trattenere l’orgasmo finché non sarò io a chiedertelo e a volerlo sentire colare sulla mano, o in bocca … dipende… - Jane rimane muta, preoccupata dal pensiero che potrebbe trattarsi di ricevere altro dolore, anziché estasi e piacere. Come se lo avesse intuito, Jake la persuade che sarà piacere, esclusivamente. Poi si siede sul letto accanto a lei, rimanendo vestito e le allarga lentamente le gambe, accarezzandone la parte interna più sensibile e delicata. Movimenti rallentati che la percorrono su e giù, per cambiare poi in moti circolari o ellittici creati dai polpastrelli delle dita. E’ come un canto suonato su un’immaginaria tastiera alla ricerca di una melodia completa. Lo sente avvicinarsi gradualmente al pube poi più giù, nella fessura coperta dai riccioli chiari. Le dita s’infilano fra le grandi labbra, aprendole e svelandone l’umidità, dapprima con tocchi lievi poi via via in un crescendo di palpeggiare più ardito. Poi sorride mentre la osserva nell’ansimare che le solleva il petto ritmicamente. Infine un affondo con le dita dentro, in profondità, nel buio assoluto della cavità carnosa e seguito dal roteare delle dita sulle pareti della vagina, un movimento continuo, insistente dal quale non riesce a sottrarsi. Sta godendo ma lui le impone di non venire, non ora, deve aspettare che glielo dica lui! Lei si trattiene ma non resiste all’istinto di muovere il bacino con un moto ondulatorio dei fianchi per accompagnare, assecondandolo, il movimento delle sue dita dentro la vagina. Quando Jake se ne accorge la rimprovera e le raccomanda ancora di rimanere immobile. Ora è stretta nel pensiero che è lui a scegliere e decidere il momento del suo piacere.


Les Folies érotique

 




Les Folies de... © LesFolies

© greta rossogeranio

 

Dogma

© Greta Rossogeranio

 

(Lettura adatta a un pubblico adulto)

 

 

La scrittura abita con me in un apparato un poco bizzarro.

Io e Lei.

La frase si ferma da sola.

Il racconto potrebbe finire qui.

Senza ghirlanda, né cerimoniale.

Annotato sul mio taccuino.

Punto.

 

Le vibrazioni salutari legate al ciclo della luna rossa rimangono il fertilizzante per eccellenza, quale catalizzatore di un istinto femminino percepito a cadenze periodiche.

Da questo prende forma la scenografia dei doppi.

Rimangono sempre in due: Lui e Lei.

Cerco di infilzare le emozioni in frammenti di parole sussurrate.

La punta della penna scorre…

 

…Lei sta camminando a grandi passi verso la chiesa di paese, mentre una bruma diafana si allontana alzandosi nel firmamento.

I capelli neri le scendono in disordine sulle spalle. I capezzoli dei seni sbocciano alteri e si annunciano sotto la stoffa gentile, quasi trasparente, di una consumata camicetta di seta beige.

 

La grigia caligine alleggerisce la sua oppressione.

 

Più accelera l’andatura, più si sente sciogliere nel proprio intrinseco, verso il luogo dove ogni significato e verdetto, si rivela solida definizione e fondamenta.

 

Guarda verso la scaletta dell’oratorio, con le orecchie tese d’istinto vicino la stanza di Don Lorenzo.

Il corpo sta vacillando, attento al minimo soffio ed al più stentoreo battito del cuore.

Eppure c’e’ un gran silenzio.

Il giardino di là della siepe sembra così remoto, senza echi né fragori delle risate dei bambini gioiosi che scorazzano al catechismo.

 

Davanti alla pieve incorre nell’affresco di San Francesco, che alza le braccia al cielo con lo sguardo rivolto verso l’alto.

 

La mistificazione del dogma l’ha dirottata lì.

Accelerazioni endogene condotte da fantasmi indecifrabili e sconosciuti.

 

La messa è finita e la chiesa è quasi deserta, mentre il rumore dei passi ed i bisbigli dei fedeli disseminati lungo la navata, si placano sommessamente.

Una luce fioca penetra le vetrate artistiche millefiori del soffitto e sparge molecole di colori lievi, variopinti e galleggianti. Il nulla che si fa luce.

Come una visione onirica, affusolata e sotterranea.

 

Don Lorenzo è seduto nel confessionale, impalato nei capillari sentimenti di trepidazione e schermatura.

 

Lei è l’ultima parrocchiana rimasta dentro il complesso, ed ha aspettato che gli osservanti se ne andassero, per scambiare due parole con Dio.

 

Per traslato, si è iniettata una piccola dose di scopolamina, per confessare tutto.

 

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

 

“Racconta Cara, quali sono le tue pene?”.

 

Si avverte dall’altra parte della grata, un’esalazione affannosa ed un respiro soffocato.

“Ho peccato, Padre”.

Un silenzio prolungato. Per riordinare i concetti e dare un assetto degno ed ordinato alle parole.

 

“Confidati pure senza timore”.

 

“Ho bisogno di una lente d’ingrandimento per contorcermi a dovere, in una scansione tomografica e intima che mi attanaglia. Sono sempre io la retta e la colpevole.”

 

“Spiegati meglio”.

 

“E’ come una salute che cresce e si espande, in un certo senso, simile alla marea.

Le onde sono oramai così alte, da prevedere un maremoto. Il vento accompagna i miei slanci perpetui e con uno sforzo impietoso cerco di allontanare la mia brama, dalle braccia e dalle gambe.

E’ una forza ignota e vuole portarmi via. Sono come una sirena sorpresa dalla risacca e vinta da una lucida e impenetrabile frenesia”.

 

“Non devi torturarti per queste controversie, Lui vede e ascolta”.

 

“Celebro il richiamo perché proprio la desolazione guarnisce chi è lacerato. E’ come rendermi conto della grandezza del Senso e stornarlo in mio favore, per mezzo di un desiderio nobile e legittimo che fissa in eccesso ed esubero, il mio pensiero e la condizione”.

 

“Non provare vergogna; ogni essere umano è affine alla follia delle conquiste e dei molteplici sbandamenti. Lui non usa mai epiteti offensivi, Lui perdona”.

 

“ Nello stagno addomesticato dei Sentimenti mi sveglio ogni notte senza respiro. Penso al suo ascendente e sono sempre in emergenza. Trabocco di energia accavallando le gambe e sfregandole in un certo modo. Non ho pace e mi rifugio occultandomi in quest’angolo basso e privato.

Il mio santuario coronato di ninnoli e dita fresche”.

 

“Mia Cara, non può esserci sessualità senz’anima, nelle ragioni del cuore le interazioni flessuose confidenziali, sono legittime e sacre”.

 

“Vede Padre, mi sento come un jolly impazzito in una scomposta partita a carte. Continuo a puntare il premio, ripromettendomi che è l’ultima volta. E non è mai così.

Mi sfioro leggermente lo spiraglio con la piuma leggera di pavone. Sprofondo l’indice curato con forza risoluta, con la sua fedina di serpente ad anelli concentrici.

Le mie mani inseguono la penna d’Oro e cacciano la cappella d’Angelo.

 

“Che posso fare per te, dimmi?”.

 

“Io mi moltiplico e prolifero da sola. Non c’e’ un solo posto e un modo per me.

Il mio nome è coniugato con l’ubiquità”.

 

“Devi essere più chiara, Donna, io sono un uomo semplice”.

 

“Ho continue fantasie, Padre. Vaniloqui. Contrazioni cloniche insostenibili”.

 

“Raccontami meglio, così comprendo”.

 

Il proponimento sta prendendo lucidità e coerenza, come un film che ritorna a scorrere dopo un guasto alla pellicola.

 

“Ecco Padre, mi vedo nuda sul letto.

Lui mi hai spiegato prima cosa vuole.

Mi ha imposto di mettermi in ginocchio con i gomiti ben piantati.

Gli occhi bendati ed a gambe aperte.

Vuole che mi eccito da sola sapendolo nascosto tra le pieghe delle tende, nella penombra.

Posso toccarmi, usare qualche gingillo, nutrirmi del mio stesso piacere.

Desidera che impazzisca, che gli implori di sorprendermi.

Ma non con le sue mani.

Vuol vedermi morire perché devo combattere con me stessa e con il prodotto che ho dentro.

Poi mi ordina di sfilarlo, millimetro per millimetro. Sento tutte le nervature, sta sopraggiungendo il delirio.

Gli parlo, scongiuro che sono la sua puttana, la sua prigioniera.

Vuol sentire i miei lemmi strozzati di piacere, tallona i miei vaneggiamenti.

Poi ordina di fermarmi.

Io devo continuare a sfregarmi per scoprirlo, per farlo uscire dal sipario e manipolarlo piano.

Sta guardandomi il viso ormai stravolto e vuole che lo supplichi.

Aspetta la mia disposizione travagliata per sprofondarmi dentro ed aprirmi come meglio crede, toccare il fondo, il midollo del mio corpo.

Mi sta facendo impazzire.

Io voglio andargli incontro, prendermi da sola quello che mi sta negando.

Sento il suo comando concitato a muovermi più in fretta, più vigorosamente.

Non ne posso più, voglio che mi prenda, mi trafigga sino a farmi male.

Padre, ho bisogno un aiuto”.

 

“Io non ho mai mancato alla mia vocazione”.

 

Non resisto e mi avvicino al letto, aspirando come un animale l’aroma poroso che trasuda dal tuo corpo.

Sfilo la tunica e mi chino su di te.

Comincio a baciarti delicatamente, attaccandomi ai bottoni pieni dei tuoi seni.

Ti aggrappi stremata, quando sento il tuo ventre connettersi con il mio membro eretto.

Stai per divampare allacciata ai nostri organi.

Non c’è nient’altro al mondo che può esistere, in questo momento.

Mi sposto di lato e raccolgo tra le dita il tuo sesso.

Poco a poco, lentamente.

I tuoi gemiti aumentano, si moltiplicano.

Le falangi sfregano la tumescenza e non riesco più a contenermi.

Ti giro adagio e divarico le cosce, abbracciandoti con forza.

Hai alzato i fianchi e trattieni l’impeto in scioltezza.

Salgo sopra di te e mi prendo il pene in mano, conducendolo piano piano tra le tue labbra frementi. Con delicatezza.

Voglio finire.

 

Senti l’organo entrarti dentro e con la bocca succosa gridi di piacere.

Un urlo che ha tutto d’umano e niente di triviale.

Inizi a muoverti dondolando avanti e indietro.

Con accento regolare.

Lentamente, poi sempre più forte, più veloce.

Vuoi questa delizia che ti arrivi fino al cuore, fino alla punta delle dita, fino al midollo dell’ossatura.

Sferro l’ultimo colpo possente e deciso, per purgare il nostro estatico dogma.

 

“Adesso siamo acquietati”.

“Sì, Padre”.

 

Si torna ai primordi della rivelazione.

 

“Io voglio essere un uomo ed un sacerdote”sussurra tenendo gli occhi socchiusi e giungendo le mani in preghiera.

 

Ricorda gli anni di seminario, il sacrificio dei tormenti della carne e la ricerca forsennata nelle viscere di qualsiasi materia viva, per dare sollievo alla smania dell’eccessivo calore.

I compagni s’incontravano in gran segreto nei bagni.

Ma lui no, scegliendo d’appartenere a coloro che soffrono e spasimano.

Come un tritone sbattuto in una barriera frangiflutti.

 

“ Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

 

Don Lorenzo esce dal tempio e una raffica di vento gli gela il volto e le mani.

Si passa la lingua sulle labbra e s’incammina lungo il marciapiede, con passo ambiguo ed incerto, come un convalescente che ha appena lasciato una casa di cura dopo una lunga infermità.

 

Lei si avvicina all’altare.

Accende un cero sull’imponente candelabro e sente il fuoco, ancora, oltrepassarle l’asse vertebrale.

S’inginocchia in fretta e stringe le gambe.

Il suo fluido sgorga ad ondate lente, come una sirena che ha di nuovo riguadagnato il mare aperto.

 

Assolta e libera…

 

Voglio sempre scrivere un racconto che s’ingarbuglia da solo, ingombrante nella sua fondatezza verso la direzione assurda di uno spirito libero e di una parola indicibile che spesso cade, con tutto il suo peso e la sua consistenza.

Come la mia penna, in questo istante.

Senza una particolare vocazione.

Come un’esegeta che soverchia l’inerranza.

Io e la mia storia.

 

Il racconto finisce qui.

Punto.

 



Les Folies érotique

 




Les Folies de... © LesFolies

© arwen2007

Eros per caso


Leggera mi sfiora la tua mano
mi percorre, delinea i confini dell’Io,
accarezza, stringe, si insinua.
Mi ascolto e tremo e mi contraggo,
è veloce il battito del cuore,
è veloce il respiro che muore in gola,
esplode infine.
Bagnata mi sfiora la tua mano.


Les Folies érotique

 




Les Folies de... © LesFolies

© princess06

 
Jack Mancuso
 
 La devianza
 
 
 
Non era stato sempre così. Intorno ai trent’anni si accorse di questo suo modo diverso, quasi "alieno", di sentire il sesso con una donna. Capì che in lui coesistevano due personalità, o forse era la stessa che stava cambiando nel tempo assumendo una forma diversa, non riconosciuta subito come la propria; eppure lo era. Si rendeva conto di come non riuscisse più a eccitarsi in modo normale, come ai tempi in cui i due ruoli erano ben definiti, ma ci mise del tempo a capire cosa gli stesse succedendo. Dapprima lo ritenne un bisogno di novità mirante a uscire dalla monotonia che spesso lo coglieva nei rapporti normali.
Aveva vissuto umilianti imbarazzi con il suo pene flaccido e inerme che non reagiva nonostante i suoi sforzi e l’aiuto disperato della partner. Si sentiva umiliato e offeso nella sua virilità. Avrebbe potuto ricorrere a uno psicologo per un consulto, o chiedere aiuto a uno psicoterapeuta, ma il suo carattere orgoglioso e la paura della brutta figura glielo impedirono.
Così continuò a cambiar donne, luoghi, situazioni, sperando che alla fine la sua virilità risorgesse come per un miracolo: fu tutto inutile.
 
Si fece quasi tutte le modelle dell’agenzia, dalle europee alle asiatiche, dividendole con George che non aveva certo i suoi problemi. Cambiò i colori e gli odori della pelle e degli occhi, le forme delle mani, annusò i profumi più raffinati o quelli old time. Scelse seni grossi, o piccoli, rotondi e sodi, o allungati e morbidi come cuscini; ci consumò sopra le mani e la lingua. Accarezzò capelli lunghissimi e lisci come la seta; se li faceva passare sul corpo e sul pene e lentamente giù lungo le cosce fino ai piedi. Quando sentiva la loro testa e il loro viso a contatto dei suoi piedi, desiderava farsi toccare ancora di più e farsi leccare tutto: anche i piedi.
Ma non tutte erano disponibili; così dopo convenevoli e tentativi di persuasione le congedava, scusandosi per qualche malessere perché se ne andassero e lo lasciassero solo in preda a cupi fantasmi che aleggiavano nella penombra della stanza. Aveva paura dei suoi stessi pensieri e delle immagini che li affollavano, nei quali figure di donne sottomesse ai suoi desideri prendevano sempre più spazio, quasi a sommergerlo per sempre in un’onda macabra di terrore.
A volte le cercava completamente depilate perché il loro corpo gli apparisse più invitante, abbellito da accessori come lunghe collane e vistosi bracciali per polsi e caviglie che lui stesso aveva scelto e che collezionava come pietanze ricercate, servite in piatti di fine porcellana. In quel periodo sceglieva donne dalla carnagione lattea, molto magre, quasi eteree, nell'impressione di qualcosa d’effimero da coltivare sì, ma senza troppo impegno: donne dall’aspetto fragile, così come frangibile e friabile immaginava essere il loro carattere.

Nel vederle completamente nude, stese sul letto di pelle nera dell’ampia stanza, unico arredo consentito in quel luogo di “incontri particolari” come aveva iniziato a definirli lui stesso, si sentiva pervadere da un senso di potenza, forte e difficilmente controllabile. La sensazione di potere assoluto che gli eccitava e gli scuoteva la mente, faceva di quella situazione una condizione essenziale oltre che esistenziale. Le guardava avidamente mentre stavano distese, come in attesa, senza saper bene cosa sarebbe successo e quali risvolti avrebbe preso la serata. Riusciva a immaginare perfino i loro pensieri, li vedeva materializzarsi nella stanza senza che nessuno dei due avesse parlato. Distingueva perfettamente la loro ansia che cresceva, e palpava tutta la sua influenza su di loro, in un macabro investire sensazioni in aumento spasmodico. Ma spesso la serata finiva senza rapporti, perché le donne rifiutavano il suo modo di fare, e le sue insolite richieste. Alcune si spaventavano e cercavano una qualunque via di fuga. Più insisteva, accanendosi in questa ricerca di sé, più aumentavano i suoi insuccessi, e in proporzione la sua rabbia verso se stesso e verso quel corpo che sembrava tradirlo, in una strada senza ritorno.
 
Per questo iniziò a fantasticare visioni abitate da donne legate al letto, con braccia e gambe divaricate e col sesso aperto in un'offerta maliziosa e allusiva senza limiti …
Le vedeva spasimare mentre aspettavano una sua richiesta, un suo ordine, in altre parole la sua volontà esplicitata. Le guardava sadicamente mentre si chiedevano, terrorizzate, quale altra richiesta umiliante avrebbero dovuto subìre, ma cominciò a insinuarsi in lui il dubbio che l'esser costretto a questa stupida sceneggiata fosse una prova certa del cedimento della sua virilità.
E su quest’aspetto si soffermò a riflettere, chiedendosi quale fosse la sua virilità, se fosse divenuta infruttuosa, se avesse perso la capacità di rapporti sessuali paritari o se al contrario questa ne fosse stata la massima manifestazione.
Si ritrovò a ripensare e a ripercorrere le fasi che avevano portato al fallimento i due matrimoni e a come avesse compresso e condizionato le vite delle mogli, non certo per motivi logici, ma a causa delle sue insicurezze, alimentate dalla paura di perderle. Le mogli che chiedevano maggiore libertà di scelta decisionale, autonomia nel modo di vivere e di condurre la quotidianità matrimoniale, il loro desiderio auto-espressivo. E lui che nel loro modo di voler essere rintracciava insicurezza, non in loro ma in se stesso: timore di perderle, di essere tradito o relegato a un ruolo dipendente. Avrebbe voluto invece che lo assecondassero nei suoi pensieri e desideri, nelle sue richieste sessuali, per rassicurare se stesso, per sentirsi unico e importante. Il suo vero scopo, mai ammesso, era stato quello di assicurarsi di essere il centro del loro interesse e dei loro desideri.
Poi ripensò ai suoi genitori, alle caratteristiche e alla qualità del loro rapporto. Ricordava l’atteggiamento di suo padre così rispettoso nei confronti di sua madre, che lui aveva innalzato al suo stesso ruolo, in un rapporto paritario.
Nei rapporti con le mogli lui invece si sentiva il più debole, temeva di essere sottomesso alla loro volontà e per questo motivo ambiva al comando della situazione. Non poteva prescindere dal controllo e dal potere assoluto sulle mogli, per il terrore che gli sfuggissero. Pretendeva che lo amassero senza condizioni, nonostante lo stato d’inferiorità e di schiavitù cui le aveva relegate, ma ... non c'era riuscito e la situazione gli era sfuggita di mano, portandolo a porsi un'infinità di domande…
Ma loro … se n’erano andate!
 
Jack Mancuso non era mai riuscito a comprendere che la cosa più attraente in un rapporto è il piacere reciproco di amarsi, sessualmente e no.
 


Les Folies érotique

 







Les Folies de... © LesFolies

© moraconpanna

<p align="center"><img src="http://www.equilibriarte.org/members/luciasandroni/1181210374.jpg" alt="" /></p>
<p align="center">&nbsp;Ora, come se fosse la stessa lacrima<br />
di allora,<br />
qualcosa mi riga il viso,<br />
mi sfiora le labbra<br />
scende sul collo,<br />
si perde tra i seni<br />
contende alle mie dita<br />
la ferita del ventre.<br />
Dimmi,<br />
tu che lo sai da sempre<br />
&egrave; pianto o bacio?</p>



Les Folies érotique

 




Les Folies de... © LesFolies

© moraconpanna

<p align="center"><img src="http://www.equilibriarte.org/members/luciasandroni/1181210374.jpg" alt="" /></p>
<p align="center">&nbsp;Ora, come se fosse la stessa lacrima<br />
di allora,<br />
qualcosa mi riga il viso,<br />
mi sfiora le labbra<br />
scende sul collo,<br />
si perde tra i seni<br />
contende alle mie dita<br />
la ferita del ventre.<br />
Dimmi,<br />
tu che lo sai da sempre<br />
&egrave; pianto o bacio?</p>



Les Folies érotique

 




Les Folies de... © LesFolies

© rose74

Non è facile incamminarsi verso giorni
che vanno troppo veloci
Non riconosco la strada da percorrere
con il frastuono che risuona
nei silenzi lieti e nudi
agli occhi miei
Quanto flagello nell'ingannevole notte
a cui mi son donata
Tutto si apre sotto un cielo terso
che prende forma di spigoli e more creature
Non v'è più luce sulla terra sprofondata
Lembi di credenze restano sospesi
nella nascita d'una tormenta
e del mio tempestoso Paradiso
non mi rimane che una bambola di pezza
appesa nell'Inferno dei ricordi

Runa



Les Folies érotique

 




Les Folies de... © LesFolies

© greta rossogeranio

 

Interno Notte

© Greta Rossogeranio

Lettura adatto a un pubblico adulto

 

Dissolvenza in apertura: Grand Hotel Royal.

 

Trailer.

In un notturno buio e tempestoso, rimango seduta sulla poltrona girevole del mio ufficio, introducendo un pensiero diabolico e malizioso.

L’inquadratura in campo medio a configurare uno spezzone di trivialità in bianco e nero, scandito come un filmato fantastico e suggestivo.

Un racconto girato dall’occhio della mente…

 

Cade un fulmine visibile attraverso la persiana.

La mia versione implacabile, compromessa dall’alcool e dall’affascinamento per le perverse ed elastiche contorsioni, mi appanna completamente la prospettiva dell’indugio.

Dietro la cinepresa di un’epoca farisea di scambi superficiali in libagioni sessuali, l’approccio visivo indossa facce, tegumenti e sensazioni che si riconducono sempre ad un carosello di angolature ardite.

Un mondo di luci ed ombre in movimento

 

Un’altra saetta spigola sul mio davanzale.

Sullo schiocco ha inizio una contemporanea di sequenze.

 

Sono sul cuore trafitto da due lance e la maniacalità sgancia il tridente diabolico di una strategia olocaustica e voluttuosa.

I rivoletti di liquido meningeo rimangono copiosi fra i fragorosi fiumi celebrali ed avvicinarmi ad una nuova esperienza stimolante, è un azzardo sospettato.

 

L’atomismo sensuale mi proietta in un dejà vu scomposto in ripartizione circolare.

L’astratta illusione che credo e so,  siano ordinati, quindi scomponibili.

Riproducibili in sequenza umana.

Esorcizzare la creatività ingiustificata in me medesima.

 

La fosforescenza dell’ascensore mi conduce al piano attico.

 

Abbraccio la telecamera.

La vista è screziata di luce al neon e crea un disegno di schegge aperte.

Una visione a tela di ragno contro pareti di liscio cemento.

 

La ragazza ha la carnagione chiara,  come una cascata fresca di montagna.

Accompagna questi uomini bombati, che popolano la Suite da 1,500 Euro a notte, la migliore della città.

 

Un fermo immagine in Panavision, singolarmente bello.

Il Manager è vestito in gessato nero, con tanto di cravatta in tinta, alto più di 1,85.

Sta bevendo dell’acqua Perrier direttamente dalla bottiglia.

Un giovane marocchino dalla pelle ambrata, tamburella con le dita sullo scrittoio.

Ha una chioma folta di capelli che gli arrivano al colletto della camicia di seta.

Indossa jeans stretti, stivali texani ed un giubbottino di pelle scolorita.

Al collo porta una sciarpa tetra.

Un terzo uomo, d’età matura, con le guance incavate e ingrigite da un accenno di barba trascurata, annusa un grosso sigaro cubano.

Inquadro un paio di mocassini lustri ed un appariscente anello intagliato con pietra scura e lucida.

 

Lei è tatuata da una guaina aderente nera, come una stele a macchia d’inchiostro.

Le braccia scoperte sono avviluppate da nastri di luce sfilacciata che filtrano tra le crepe delle tende in shantung.

 

Vernice fosca che strappa i buchi della mia retina, in minuscoli frammenti optical.

Intarsi di lama affilata.

Si moltiplicano fili e nervi nel mio cervello, intricati senza sollievo né remissione.

Come squarci sottili al centro del mirino, rimango con le unghie conficcate nell’impugnatura morbida dello strumento ottico.

 

C’e’ un chiarore accigliato, come se la lampada del proiettore fosse uscita dal suo alloggiamento.

La luce si contrae in una sfera poi in un punto luminoso.

Scompare.

Sono sul campo visivo.

Il neon lampeggia, poi si spegne.

 

Interno Notte.

 

L’ambientazione è una vasta sala, con una locazione interrotta.

Le veneziane grigio perla che vanno dal pavimento al soffitto e la moquette nella stessa tinta.

Il mobile bar in onice di metallo cromato, i divani di pelle color ebano.

Improvvisamente l’obiettivo è invaso da una tormenta di pois infinitesimali, per poi tornare preciso.

 

Stacco immagine.

 

Sono tutti nudi.

Lei è adagiata sul pavimento, con le braccia lievemente discoste dal corpo.

Mette in evidenza le natiche rotonde e rende prominenti i fianchi.

Gli uomini celano una maschera sul volto.

Sono corpi massicci avvolti in enormi stringhe di cuoio che ringhiano incrociandosi.

Costumi luccicanti da borchie argentee e cerniere.

I respiri risultano staccati.

Nell’effetto chiaroscuro i personaggi sembrano godere delle loro nudità.

Le hanno chiare in mente.

Il ruotare pastoso attorno a se stesse.

I genitali ignorati sino a questo momento si risvegliano.

 

Sotto la cintura compaiono ampie aperture triangolari, con rigide verghe carnose che spuntano dalla macchia scura e spessa di peli riccioluti.

Si stanno schierando intorno alla giovane donna, scrutandole le parti intime tra le gambe.

Si toccano e palpano il membro, continuando la baldoria lenta, in un circolo vizioso in progressione.

Come un accumulatore a distanza, l’intercapedine è alimentata dai miei occhi stretti in un pertugio d’illusione.

Gli scorpioni irritati, snodano una danza in cerchio a quel tenero corpo ancora in sboccio, gli orifizi non avvezzi alle invasioni.

Il viavai diventa sempre più frenetico, i gemiti più sonori.

Il rumore arcaico, che prima era silente sta cercando di sentire i loro corpi per sconfinare nell’urlo.

Lei rimane immobile ad accarezzarsi la propria pelle luminosa.

Nessuno sembra prestarle attenzione materiale.

Pone le mani sotto i seni rotondi e nivei nell’atto di sollevarli per metterli alla portata della lingua, ignorandone l’impraticabilità.

Grazie a quel movimento la figura appare piu’ slanciata, i muscoli si dispongono diversamente.

Le natiche si arrotondano e si stringono e le si forma una fossetta sul fianco, nel punto dove si snoda la coscia.

La lingua non arriva a raggiungere i capezzoli, ma lei continua a tirarla dentro e fuori.

Rigida, appuntita.

Inizia a bramire guardandosi il petto, spremendosi i bottoni floridi, oramai aguzzati.

 

Uno degli uomini le afferra i polsi roventi di battito forte e regolare.

L’altro con un salto felino si attacca al suo dorso in modo così stretto che il suo membro scompare tra le dune bianche e prominenti.

Come se il solco fosse un astuccio fatto su misura.

 

Le applique ai muri danzano nascoste dietro i paralumi in stile Impero.

Le braccia del terzo la cinge per la vita, conficcando il suo mento barbuto tra la scanalatura delle scapole.

Le toglie le mani dai seni per portarle a flagellarsi nella vulva palpitante.

 

Gli amplessi si fanno sempre più stretti.

La camera si accende di gemiti, di grida soffocate, di sospiri, di rantoli, di lamenti.

I corpi sudati rilucono al bagliore dei lampi artificiali.

 

Non un nodo, ma il legamento di carne con più teste e più braccia.

Un lombrico dalla linea perfetta nella miscela esotica di questo pulp pancromatico in bianco e nero.

L’accoppiamento multiplo in un’alcova colore della brace.

Esclamazioni, spasimi, mentre i cumuli si accavallano, si rotolano, si sollevano in nuove contorsioni.

Un copioso fiotto di filamenti liquidi veloci.

Esplosioni d’iridi nel sovvertire le scale dei vari colori.

 

Messa a fuoco.

I tentacoli spingono nel mio bulbo di vetro, per cercare una porta, lo spiraglio per sfondare il complesso.

Scariche di energia statica crepitano sotto i rialzi dei miei tacchi e corrono in promozioni di scintille, brandendo la scena.

L’ansia ludica è un reboante batticuore d’anticipazione nel montare e rimontare le forme tonde in una miriade di figure scintillanti.

Il foglio di celluloide gocciola e langue per ingrassarsi della Passione altrui.

Si avverte la massa interiora intrappolata tra le gambe nel lavorio dei circuiti sottili, infervorati e intrecciati tra loro.

Un’inquadratura sensuale nel peso della massa informe di ventri e pubi, l’insistenza delle propaggini con le quali esplorare i tessuti.

 

Dissolvenza in nero.

Piomba su di me un cono d’ombra.

Il silenzio perituro che si contrae, strappato dal potente grido nel punto culminante dell’appagamento.

Le parole oscene, dopo la tensione, si diradano poco a poco, tornando selvagge ma misurate, bisognose di sciogliersi in risa pudiche di un fotogramma ristabilito.

 

Si allargano, si restringono come un muscolo di polpa vivace, aderente ad una pigna di luce.

Con l’atemporalità, l’illusione, l’effetto speciale che seduce.

La morsa che sconvolge in un afflato questo effetto instabile e folle, che traina il proprio mezzo fuggevole sulla membrana invisibile della pellicola.

 

Sono ad un passo dall’irruzione, la sto sfiorando con la punta del mio muscolo cardiaco.

Ma improvvisamente sfugge, scappa lontano a tornire ancora il quadrante dal perigeo alla terra.

 

L’emulsione fotosensibile spugnosa, disegna nuovi schizzi in matrice di gelatina.

Il morbo onirico smette di gemere.

 

Non finisco mai di rinascere e morire.

Il lembi di stoffa candida tremano intorno alle mie gambe scoperte.

La gamma dinamica che pascolo nelle mie viscere è la sagoma in fusione sulle membra oramai aride.

Nessuno mi  risponde.

Oramai posso vedere tutto.

Il senso come una profondità di campo, la latitudine di posa.

Il grande anfratto sprecato e spremuto, esente dalle leggi digitali nel complesso storage del nuovo amplesso.

Ho infranto le porte dei Regni per entrare nella voragine del Pathos.

L’audacia indefessa che si ottiene solo intagliando l’anima sul filo della squama in celluloide.

 

La deriva dell’immaginario raccoglie un nastro sincopato che racconta in maniera digressiva le emozioni che vi hanno preso parte.

Il poliestere in cellulosa è nel mio corpo che si adora, l’auriga che segnerà la strada per la mia fine e l’estrema guarigione.

Il colpo allucinatorio del flashback della prossima esecuzione.

Nell’arresto simbolico del mio controcampo, la metafora nel montaggio è perfetta.

Ad un’ora dall’aurora, le cappe lordose della luna ritagliano una flebile fiamma nel tempo reale di una diversa panoramica.

 

Dissolvenza in apertura.

La luce greggia della clessidra del sole spacca la sovrimpressione con una linea nitida e verticale.

 

Torno al primo piano d’origine.

Sprofondata nella poltrona ergonomica del mio ufficio, sgancio ogni repertorio del dubbio.

Premuta contro l’enorme schienale, strizzo gli occhi contro il barbaglio crudo della telecamera.

 

Al Grand Hotel Royal, inizia un nuovo giorno.

 

Ciak.

Si gira.



Les Folies érotique

 




Les Folies de... © LesFolies

© greta rossogeranio

 L'immagine è di Chuck Turner

Il lago dei Cigni

© Greta Rossogeranio

 

 

Lei, lentamente, allunga la mano per piegare la maniglia della porta, volta lo sguardo verso un fascio di gigli di rosa e chiudendo gli occhi, prega: “Dimmi di restare”.

 

Le basterebbe una passeggiata in riva al mare o magari bere una birra ghiacciata o un bicchierino di spremuta d’arancia.

Non desidera che la storia finisca così.

Sa di essere particolarmente affascinante questa sera.

L’aria asciutta e leggera risalta la luminosità dei suoi capelli raccolti ad onde sulla nuca ed un cerchietto di stelline di strass luccicanti a incorniciare l’ovale del viso.

Sulle ciglia un accenno di mascara e una riga sottile di kohl nero per risaltare gli occhi, innamorati e per sempre sedotti.

 

Il clima afoso ha annullato il dedalo di membrane nelle orecchie e le ha rese simili ad un canale vuoto che spinge sino al cuore.

Per il momento, nessuna risposta, alcuna voce.

Così la musica dell’acqua si leva dominandole i battiti.

I flussi del sangue scorrono in entrata e in uscita.

Dalla vicina pedana parte una dolce melodia che le invade i sensi e tutti gli organi.

Lei chiude gli occhi, inarca la schiena e inizia a volteggiare.

D’Amore e Tristezza.

 

      “Il lago dei Cigni”

 

La luna dall’alto illumina con la sua luce le gradinate di pietra dello spazio.

Rischiara i colombi bianchi e gli altri uccelli accovacciati sulle sommità delle rovine.

Inebriata dalla musica, continua a ballare supplicando che lui le tenda una mano o che il suo braccio le cinga le spalle.

Un turbinio di donne e uomini intorno,  simulano una nuvola di cigni bianchi su di uno specchio lieve e discreto.

Ondeggiano con corpi fluenti e sottili, tagliati apposta per ricadere svelti e sinuosi nell’armonico fisiologico di un’altalena di equilibri paralleli, impazienti di chiudere il volo.

Ogni tanto alcuni di loro emergono a galla nell’impeto della piroetta, spinti dallo sguardo caldo e confidenziale, per scambiarsi trepidanti intrecci da palpare dolcemente tra le punte delle dita.

I ballerini dilungano le fascinose vibrazioni nell’intingersi alla stessa vaschetta di miglio dorato, in una tentazione di baci e carezze.

Abbandonati l’uno nel petto dell’altra.

Dondolano nei busti fasciati di stoffe immacolate, per definire il lungo tramato fatale delle calze elastiche lucide.

I talloni rimangono gelosamente custoditi nelle scarpette a punta preziose, il bistro scuro disegna l’arcata sottociliare, l’ocra pallido rischiara i petali delle guance rinvigorite dalla cera.

 

Con eccelso virtuosismo, Lei raggruma il vivo pulsare del sangue.

Sul punto dolente nevralgico della sua ipofisi , screziato del pizzico più saporito dell’anima.

La danza le si scioglie addosso sino a inamidare le rosee mucose stranite.

L’en dehors a gamba tesa, permette al lancinante tumore della bramosia, di entrare in metastasi con il suo uomo.

 

La fragranza della colonia infuria contro i rivoli del lago di vetro, dietro la svelta fiancata di un tour en l’air, dallo sbocco sanguigno di una vena malinconica e crepuscolare.

L’arabesque si ripresenta come una scena sostenuta al rallentatore, nella distinta estinta nenia, di riconsegnare al chiaroscuro colui che solo Lei sa come guardare.

“Toccami ancora”.

 

Al culmine del ballo esplode il fouetté come unico gemito, oramai sidereo in lontananza e raccoglie nel pugno aperto tutto ciò che si va spargendo sull’intera vestizione.

Si conferma ancora viva e divina, la première danseuse.

In un liquido di preziosissime lacrime che le arriga il viso, permette il rinascere di saporiti odori di cui non andrà a sprecarne nemmeno una goccia.

Scaturisce la sensazione di dare alla luce, nel fluire in delicata consegna la leggiadria di un jeté senza nessuna coartazione.

Nello sforzo nel ventre segregato da una morsa che stringe il corpo appassionato, tutti i muscoli sono tesi e pronti al risorgimento.

Come nella presa classica del plié, dove il bacino senza viso si stende nel ginocchio flesso dell’adagio dolente.

 

Di nuovo in tempo reale Lei si protrae verso l’Amato Bene, lanciandosi in un battement che buca il cielo, per poi precipitare.

La sorprendente autorità di dare coraggio nella musica, sgrava l’atto del lascito d’Affezione, per consegnare alla luce e all’ombra, la giravolta dell’ultimo entrechat in scena.

Con gli occhi squarciati su di Lei, lui la guarda librare nell’affanno lento dell’enchainement staccato alla rovescia.

 “Ti chiedo di restare”.

 

Come un ordito squisito di Degas, di grazia e bellezza il sole la prenderà prima che muoia di crepe e di cuore.

Le rivelerà l’accesso attraverso una convulso afflato di garza luminescente.

L’assoluta prima Etoile, allunga le mani sul fine bordo di merletto di Leavers,  per ricadere in un profondo e maestoso inchino.

Nell’abbraccio sereno e fatato della révérence finale, piega il collo flessuoso sotto una corona di costellazione di brillanti.

 

Richiude gli occhi, inarca la colonna e inizia a volare.

Di Luce e Salvezza.

 

   “La morte del Cigno”

 

“a D.”



Les Folies érotique

 


<$BlogPager$>